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Diciotto condanne per un totale di circa 47 anni di reclusione. È la richiesta avanzata dalla procura generale di Torino nel processo d’appello a carico dei militanti dell’ex centro sociale Askatasuna, sgomberato alla fine del 2025 dopo quasi trent’anni di occupazione. I rappresentanti dell’accusa, Giancarlo Avenati Bassi e Manuela Pedrotta, hanno chiesto alla corte di riconoscere il reato di associazione per delinquere, escluso invece nella sentenza di primo grado.

L’ipotesi accusatoria riguarda sedici imputati, mentre altri due devono rispondere di contestazioni meno gravi. Le pene proposte variano da un anno a cinque anni di carcere.

Secondo la procura generale, all’interno del centro sociale torinese si sarebbe strutturato un gruppo organizzato, con una precisa distribuzione dei compiti, figure di riferimento e una catena di comando. L’obiettivo, secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe stato quello di pianificare e preparare azioni illegali, comprese manifestazioni violente contro i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione in Valle di Susa.

I pubblici ministeri hanno sostenuto che le attività legali svolte da Askatasuna sarebbero state utilizzate anche come copertura per le iniziative illecite attribuite al gruppo. Una ricostruzione che gli imputati hanno sempre respinto, contestando le accuse mosse nei loro confronti.

Nel processo di primo grado, concluso il 25 marzo 2025, erano state pronunciate diciotto condanne su un totale di ventisei imputati. Le pene inflitte andavano da cinque mesi a quattro anni e nove mesi di reclusione, ma i giudici non avevano riconosciuto l’esistenza di un’associazione per delinquere.

Anche l’ipotesi di associazione sovversiva era stata esclusa già nella fase delle indagini preliminari, dopo le decisioni del tribunale del riesame e della Corte di cassazione. Ora la corte d’appello è chiamata a valutare la richiesta della procura generale e a pronunciarsi sulla configurazione del reato associativo.

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